AUTOLESIONISMO IN ADOLESCENZA

Quando l’unica espressione del dolore sembra essere un marchio indelebile sulla pelle.

Autolesionismo

Alcuni adolescenti ricorrono all’autolesionismo in particolare si tagliano la pelle fino a farsi sanguinare. Questo fenomeno oggi in aumento soprattutto tra le ragazze, suscita incomprensione, sconcerto e senso di colpa nei genitori. Quali sono i motivi alla base di questo gesto e come è possibile reagire per aiutare gli adolescenti a uscirne?

Nella maggioranza dei casi, alla base dell’autolesionismo dell’adolescente c’è l’impossibilità di dar voce alla propria sofferenza interiore all’origine di questa pratica. L’adolescente è assalito da un’angoscia che non riesce a comunicare; aggredisce il suo corpo perché ha l’impressione che questa pratica lo calmi. Il dolore fisico è infatti più sopportabile del dolore psichico.

La pelle, diaframma tra il dentro e il fuori

Il corpo è l’interfaccia tra l’individuale ed il sociale. La pelle svolge molteplici funzioni nello sviluppo della personalità: quella di involucro psichico, di mediatrice dell’attaccamento e delle relazioni attraverso le esperienze corporee primarie madre bambino, legate alla vista, allo sguardo e al contatto fisico e emotivo.

La percezione del corpo è una costruzione progressiva che si realizza a livello intrapsichico, intersoggettivo, interpersonale e sociale. In adolescenza le trasformazioni psichiche e somatiche contribuiscono a determinare la riorganizzazione delle rappresentazioni di sè, l’integrazione del nuovo corpo sessuato, dei nuovi aspetti dell’aggressività, del narcisismo, dell’identità.

L’autolesionismo in adolescenza è lo strumento attraverso cui si cerca di comunicare una sofferenza iconica, cioè ancora non verbalizzabile ma proiettabile e rappresentabile sulla propria pelle, un tentativo di tagliarla via per il fallimento del contenimento dell’ambiente. L’adolescente cerca in questo modo di dar voce a un malessere interiore che non è in grado di esprimere.

Sfortunatamente, però, l’effetto di calma è di breve durata. A questa pratica può anche essere associato il bisogno di autopunirsi. Quando non si amano o pensano di non essere amabili, è facile che le ragazze indirizzino questa negatività contro loro stesse e che si infliggano un dolore, tale e tanto è il senso di vergogna che provano.

Il cutting svolge per l’adolescente molteplici funzioni.

  • Punire, estirpare, modificare la parte cattiva di sé e purificarsi. “Mi taglio quando sto troppo male e mi calmo solo quando inizia ad uscire il sangue!” Il cutting rappresenta un tentativo di liberarsi da un passato traumatico, del nuovo corpo adolescenziale divenuto estraneo ed origine di sensazioni perturbanti per cui, diventa oggetto da attaccare, odiare, aggredire.
  • Comunicare senza parole: trovare un canale espressivo per qualcosa che le parole non riescono a dire perché evocativo del trauma subito, come nei casi di abusi fisici e psichici, per controllare comportamenti ed emozioni altrui o per favorire risposte di accudimento.
  • Regolare l’umore disforico
  • Concretizzare: “Voglio tagliarmi per far vedere che soffro! … col taglio tiro fuori il dolore!”. Il cutting serve a trasformare il dolore psichico in dolore agito, fisico, corporeo distribuito sulla superficie del corpo, per dare una forma a sentimenti incontrollabili nel tentativo di conoscerli, o riempire il vuoto interno con il dolore esterno, fisico, reale, quantificabile e controllabile, dato che è autoprodotto.
  • “Costruire una memoria di sé”: “Il mio corpo è un diario!”, dove i tatuaggi rappresentano un linguaggio che aiuta le persone nella reciproca conoscenza. L’adolescente che ha difficoltà nell’integrazione della storia dei suoi eventi emotivi, usa il cutting per non dimenticarli, fissandoli sulla pelle con una cicatrice e poter così ritrovarli in futuro.
  • Volgere in attivo, cambiare pelle: “ Del mio corpo faccio quello che voglio!” Il cutting ribalta l’esperienza di passività tipica dell’adolescenza trovando un senso, consentendo una nuova figurazione di potere.

Le reazioni che i genitori di fronte all’autolesionismo dell’adolescente

Per i genitori scoprire che i figli si scarificano è pressoché insopportabile. Hanno l’impressione di vivere questa automutilazione sulla loro pelle.
Le reazioni che i genitori hanno sono spesso inadeguate di fronte a ciò che ritengono essere un comportamento autolesionista. Alcuni genitori possono interpretarlo come una provocazione. Altri rimangono raggelati, sconcertati del fatto che capiti proprio a loro, mentre altri ancora sono sopraffatti da angoscia che trasmettono al figlio, a cui non è di alcun aiuto avvertire anche l’angoscia del genitore insieme alla propria. 


 I genitori dovrebbero trovare il momento giusto per intavolare una discussione, iniziando a parlare di argomenti futili. Poi, comunicare che si sono accorti dei tagli e che vorrebbero parlarne un po’. Sarebbe importante chiedere come possono aiutare il proprio figlio. 
E’ molto importante che i genitori evitino di proiettare la loro angoscia su di lui e di esordire con frasi come: “Perché mi hai fatto questo?”. 
Avviare il dialogo non sarà certo facile, perché l’adolescente ha un atteggiamento contraddittorio: se da un lato, infatti, lancia una richiesta di aiuto, dall’altro si sta rendendo autonomo e cerca separarsi dai genitori, visti come una delle fonti della propria sofferenza in quanto incapaci di capirlo.

In un secondo tempo è necessario rivolgersi a uno psicologo, perché l’adolescente ha bisogno di una terza persona che non lo giudichi e che non lo faccia sentire in colpa. Lo psicologo aiuterà tutta la famiglia a elaborare ciò che sta accadendo e trovare nuovi modi di comunicare le proprie emozioni.

Vedi anche:

AUTOLESIONISMO: LE CAUSE DEI TAGLI E IL TRATTAMENTO

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Dr.ssa Cinzia Frontoni

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